{"id":3925,"date":"2017-01-18T15:16:00","date_gmt":"2017-01-18T15:16:00","guid":{"rendered":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/2017\/01\/18\/banana-split\/"},"modified":"2025-09-13T15:09:58","modified_gmt":"2025-09-13T15:09:58","slug":"banana-split","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/2017\/01\/18\/banana-split\/","title":{"rendered":"Banana split"},"content":{"rendered":"<!--themify_builder_content-->\n<div id=\"themify_builder_content-3925\" data-postid=\"3925\" class=\"themify_builder_content themify_builder_content-3925 themify_builder tf_clear\">\n                    <div  data-css_id=\"ki0b873\" data-lazy=\"1\" class=\"module_row themify_builder_row fullwidth tb_ki0b873 tb_first tf_w\">\n                        <div class=\"row_inner col_align_top tb_col_count_1 tf_box tf_rel\">\n                        <div  data-lazy=\"1\" class=\"module_column tb-column col-full tb_drk7806 first\">\n                    <!-- module text -->\n<div  class=\"module module-text tb_apfd998   \" data-lazy=\"1\">\n        <div  class=\"tb_text_wrap\">\n        <p style=\"text-align: justify;\">Negli anni settanta apparvero i primi microprocessori. Quella roba che permette il funzionamento del computer che state utilizzando per leggermi o del telefonino che tenete continuamente tra le mani.<br>In quegli anni ero un tecnico dell\u2019elettronica industriale. Macchine automatiche.<br>Avevo meno di trent\u2019anni e improvvisamente scoprii di essere diventato vecchio.<br>Il mio mestiere, che solo pochi anni prima poteva essere definito d\u2019avanguardia, era in via di superamento. Trasformato in un mix tra elettronica e informatica.<br>Cos\u00ec un giorno, mentre ero da un gelataio davanti ad una banana split, decisi che avrei dovuto cambiare mestiere. Ero entrato anch\u2019io nell\u2019era della precarizzazione del lavoro.<br>Alla fine degli anni ottanta, dopo altre esperienze lavorative, mi ritrovai ad organizzare corsi di formazione per giovani disoccupati. Da un lato c\u2019erano le imprese che richiedevano nuovi lavoratori, dall\u2019altro c\u2019erano giovani inesperti.<br>I corsi che dovevo organizzare erano abiti su misura. Cuciti sulla base dello specifico profilo professionale richiesto dalle imprese.<br>Per esempio un corso per palombari a Rimini, un corso per traduttrice in lingua madre per le imprese esportatrici nel parmense, corsi di informatica a Forl\u00ec, corsi per gli ipermercati a Modena, un corso di restauro di ceramica artistica a Faenza, corso per azienda tessile nel ferrarese. Organizzavo una trentina di corsi ogni anno destinati ad oltre cinquecento giovani diplomati disoccupati.<br>L\u2019anno dopo i corsi sarebbero stati diversi oppure simili ma realizzati in citt\u00e0 diverse.<br>In questo nuovo lavoro la prima cosa che feci fu quella di demolire le strutture fisse che si erano costituite in quell\u2019istituto di formazione. Se i corsi erano su misura ed erano dove le imprese si sviluppavano, da Rimini a Piacenza, allora anche l\u2019organizzazione logistica e i docenti dovevano essere adattati di volta in volta a quelle necessit\u00e0.<br>Era un esempio concreto dove la parola flessibilit\u00e0 coincideva perfettamente con la creazione di nuovo lavoro.<br>Pur essendo in quegli anni protagonista del cambiamento del mondo del lavoro, non avevo ancora capito la profondit\u00e0 di quel cambiamento.<br>Poi un giorno sulla scrivania del mio capo vidi una cartellina con dentro una ventina di pagine. Sulla copertina spiccava il titolo: Gestione dinamica del patrimonio.<br>Chiesi cosa fosse. Il mio capo mi rispose: \u00e8 un prodotto.<br>\u00c8 un prodotto???<br>Per me che venivo dal settore delle macchine automatiche il termine \u201cprodotto\u201d coincideva con qualcosa che si tocca, qualcosa che fa qualcosa. Una lavatrice, un televisore, un telefono, un frullatore, un orologio, un treno, una scarpa, un pomodoro. Anche una ciabatta ha l\u2019onore di essere un prodotto. Ma come si fa a chiamare \u201cprodotto\u201d venti fogli di carta?<br>Visto il mio stupore il mio capo mi spieg\u00f2 che in quella cartellina c\u2019era la metodologia per gestire il patrimonio immobiliare dei comuni. Per valorizzare il patrimonio. Rivedere gli affitti, contabilizzare le manutenzioni, ottimizzare gli utilizzi.<br>Quelle venti paginette producevano un reddito.<br>In quel momento presi consapevolezza che eravamo entrati nella societ\u00e0 dei servizi. Eravamo nell\u2019era post industriale.<br>Quando chiesi il valore di vendita di quel \u201cprodotto\u201d venne la seconda sorpresa della giornata. Il \u201cprodotto\u201d non costava niente. Il suo valore era una percentuale dei risparmi realizzati nei primi tre anni di applicazione.<br>Nel mondo dei servizi tempo di lavoro e produzione di reddito non coincidono pi\u00f9 in modo proporzionale ma in modo casuale. Se quel prodotto lo applichiamo al comune di Roma potremmo vivere di rendita sino alla fine dei nostri giorni, se lo vendiamo in un comune ben gestito produrr\u00e0 pochi spiccioli. Indipendentemente dal numero di occupati che servono per la sua realizzazione.<br>Vi ho raccontato questa storia vecchia di trent\u2019anni per diversi motivi.<br>Prima di tutto perch\u00e9 nel nostro paese manca ancora la cerniera tra disoccupati e mondo del lavoro.<br>I corsi di formazioni che organizzavo erano questa cerniera. Erano gli anni ottanta. E oggi quella cerniera non l\u2019abbiamo ancora realizzata su larga scala.<br>Trent\u2019anni buttati.<br>I disoccupati sono figli di nessuno. Continuiamo a preoccuparci dei diritti degli occupati e del reddito dei pensionati ma non trasferiamo adeguate risorse verso i disoccupati.<br>Poi questa storia parla della precarizzazione del lavoro.<br>I cambiamenti dei prodotti, dei consumi, delle tecnologie generano l\u2019instabilit\u00e0 delle imprese, del lavoro.<br>Pensiamo che l\u2019automazione distrugga il lavoro. Paradossalmente per\u00f2 ci sono pi\u00f9 occupati oggi rispetto a quando nei campi non c\u2019erano i trattori e nelle fabbriche non c\u2019erano i robot.<br>Semplicemente oggi facciamo altro.<br>Questo \u201caltro\u201d che facciamo \u00e8 meno concreto e palpabile di quello che facevamo come braccianti agricoli o operai dell\u2019industria.<br>Simbolicamente siamo diventati tutti figli di quelle venti paginette di metodi e procedure della Gestione Dinamica del Patrimonio.<br>In Italia dei ventitr\u00e9 milioni di occupati solo sette milioni sono agricoltura, industria e costruzioni. Tutti gli altri lavorano nei servizi.<br>Allora come rispondiamo al problema del lavoro?<br>Prima di tutto con pi\u00f9 credito alle imprese. Se mi fossi occupato della Gestione Dinamica del Patrimonio avrei dovuto lavorare due anni prima di vedere un soldo. Se vado in banca pensate che mi finanzino? Non compero macchine, non compero capannoni, non compero appartamenti. I soldi mi servono solo per portare avanti il mio lavoro. Lavoro che produce un reddito ma che non \u00e8 immediatamente misurabile. Allora zero prestito, uguale zero lavoro.<br>Poi serve la cerniera. Imprese, banche, scuola, formazione, disoccupati vanno collegati. I servizi verso i disoccupati vanno costruiti. Abbiamo perso trent\u2019anni. Oggi dobbiamo correre. Dovremmo correre, invece siamo fermi. A parlare di voucher.<br>Poi servono infrastrutture. Banda larga. Ma non solo.<br>Il canale di Suez \u00e8 stato raddoppiato. Le navi che devono scaricare merci per l\u2019Europa settentrionale si fermano nei nostri porti o vanno altrove? Vanno altrove. Se scaricano nei nostri porti, poi come trasportiamo quelle merci in Europa? Siamo carenti di ferrovie. Soprattutto al sud. Ma siamo ancora qui a discutere della Torino Lione e del collegamento ferroviario tra Genova e il Piemonte.<br>Saremo pronti tra vent\u2019anni. Forse.<br>Servirebbero investimenti pubblici. Ma se oggi decidiamo un investimento il nostro sistema istituzionale ci permetter\u00e0 di realizzare quel progetto tra dieci o venti anni.<br>Dovremmo riorganizzare lo Stato. Questo \u00e8 inadeguato ai tempi del mondo.<br>La mia banana split si sta pericolosamente trasformando in un manifesto per il lavoro.<br>Forse anch\u2019io sono caduto nella trappola dove tutti parlano di lavoro e non realizzano niente.<br>Ma in fondo siamo nella societ\u00e0 dell\u2019informazione.<br>Nonostante l\u2019et\u00e0 sono in linea con i tempi. Bla bla, poi i disoccupati restano tali e quali e ci daranno l\u2019occasione per un\u2019altro bla bla.<\/p>\n<p>Ciao a tutti<\/p>\n<p><em>-Notes-<br><\/em><em>(*) Roberto Toninello.<\/em><\/p>    <\/div>\n<\/div>\n<!-- \/module text -->        <\/div>\n                        <\/div>\n        <\/div>\n        <\/div>\n<!--\/themify_builder_content-->\n\n\n<p><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli anni settanta apparvero i primi microprocessori. Quella roba che permette il funzionamento del computer che state utilizzando per leggermi o del telefonino che tenete continuamente tra le mani.<br \/>\nIn quegli anni ero un tecnico dell\u2019elettronica industriale. 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Macchine automatiche.<br>Avevo meno di trent\u2019anni e improvvisamente scoprii di essere diventato vecchio.<br>Il mio mestiere, che solo pochi anni prima poteva essere definito d\u2019avanguardia, era in via di superamento. Trasformato in un mix tra elettronica e informatica.<br>Cos\u00ec un giorno, mentre ero da un gelataio davanti ad una banana split, decisi che avrei dovuto cambiare mestiere. Ero entrato anch\u2019io nell\u2019era della precarizzazione del lavoro.<br>Alla fine degli anni ottanta, dopo altre esperienze lavorative, mi ritrovai ad organizzare corsi di formazione per giovani disoccupati. Da un lato c\u2019erano le imprese che richiedevano nuovi lavoratori, dall\u2019altro c\u2019erano giovani inesperti.<br>I corsi che dovevo organizzare erano abiti su misura. Cuciti sulla base dello specifico profilo professionale richiesto dalle imprese.<br>Per esempio un corso per palombari a Rimini, un corso per traduttrice in lingua madre per le imprese esportatrici nel parmense, corsi di informatica a Forl\u00ec, corsi per gli ipermercati a Modena, un corso di restauro di ceramica artistica a Faenza, corso per azienda tessile nel ferrarese. Organizzavo una trentina di corsi ogni anno destinati ad oltre cinquecento giovani diplomati disoccupati.<br>L\u2019anno dopo i corsi sarebbero stati diversi oppure simili ma realizzati in citt\u00e0 diverse.<br>In questo nuovo lavoro la prima cosa che feci fu quella di demolire le strutture fisse che si erano costituite in quell\u2019istituto di formazione. Se i corsi erano su misura ed erano dove le imprese si sviluppavano, da Rimini a Piacenza, allora anche l\u2019organizzazione logistica e i docenti dovevano essere adattati di volta in volta a quelle necessit\u00e0.<br>Era un esempio concreto dove la parola flessibilit\u00e0 coincideva perfettamente con la creazione di nuovo lavoro.<br>Pur essendo in quegli anni protagonista del cambiamento del mondo del lavoro, non avevo ancora capito la profondit\u00e0 di quel cambiamento.<br>Poi un giorno sulla scrivania del mio capo vidi una cartellina con dentro una ventina di pagine. Sulla copertina spiccava il titolo: Gestione dinamica del patrimonio.<br>Chiesi cosa fosse. Il mio capo mi rispose: \u00e8 un prodotto.<br>\u00c8 un prodotto???<br>Per me che venivo dal settore delle macchine automatiche il termine \u201cprodotto\u201d coincideva con qualcosa che si tocca, qualcosa che fa qualcosa. Una lavatrice, un televisore, un telefono, un frullatore, un orologio, un treno, una scarpa, un pomodoro. Anche una ciabatta ha l\u2019onore di essere un prodotto. Ma come si fa a chiamare \u201cprodotto\u201d venti fogli di carta?<br>Visto il mio stupore il mio capo mi spieg\u00f2 che in quella cartellina c\u2019era la metodologia per gestire il patrimonio immobiliare dei comuni. Per valorizzare il patrimonio. Rivedere gli affitti, contabilizzare le manutenzioni, ottimizzare gli utilizzi.<br>Quelle venti paginette producevano un reddito.<br>In quel momento presi consapevolezza che eravamo entrati nella societ\u00e0 dei servizi. Eravamo nell\u2019era post industriale.<br>Quando chiesi il valore di vendita di quel \u201cprodotto\u201d venne la seconda sorpresa della giornata. Il \u201cprodotto\u201d non costava niente. Il suo valore era una percentuale dei risparmi realizzati nei primi tre anni di applicazione.<br>Nel mondo dei servizi tempo di lavoro e produzione di reddito non coincidono pi\u00f9 in modo proporzionale ma in modo casuale. Se quel prodotto lo applichiamo al comune di Roma potremmo vivere di rendita sino alla fine dei nostri giorni, se lo vendiamo in un comune ben gestito produrr\u00e0 pochi spiccioli. Indipendentemente dal numero di occupati che servono per la sua realizzazione.<br>Vi ho raccontato questa storia vecchia di trent\u2019anni per diversi motivi.<br>Prima di tutto perch\u00e9 nel nostro paese manca ancora la cerniera tra disoccupati e mondo del lavoro.<br>I corsi di formazioni che organizzavo erano questa cerniera. Erano gli anni ottanta. E oggi quella cerniera non l\u2019abbiamo ancora realizzata su larga scala.<br>Trent\u2019anni buttati.<br>I disoccupati sono figli di nessuno. Continuiamo a preoccuparci dei diritti degli occupati e del reddito dei pensionati ma non trasferiamo adeguate risorse verso i disoccupati.<br>Poi questa storia parla della precarizzazione del lavoro.<br>I cambiamenti dei prodotti, dei consumi, delle tecnologie generano l\u2019instabilit\u00e0 delle imprese, del lavoro.<br>Pensiamo che l\u2019automazione distrugga il lavoro. Paradossalmente per\u00f2 ci sono pi\u00f9 occupati oggi rispetto a quando nei campi non c\u2019erano i trattori e nelle fabbriche non c\u2019erano i robot.<br>Semplicemente oggi facciamo altro.<br>Questo \u201caltro\u201d che facciamo \u00e8 meno concreto e palpabile di quello che facevamo come braccianti agricoli o operai dell\u2019industria.<br>Simbolicamente siamo diventati tutti figli di quelle venti paginette di metodi e procedure della Gestione Dinamica del Patrimonio.<br>In Italia dei ventitr\u00e9 milioni di occupati solo sette milioni sono agricoltura, industria e costruzioni. Tutti gli altri lavorano nei servizi.<br>Allora come rispondiamo al problema del lavoro?<br>Prima di tutto con pi\u00f9 credito alle imprese. Se mi fossi occupato della Gestione Dinamica del Patrimonio avrei dovuto lavorare due anni prima di vedere un soldo. Se vado in banca pensate che mi finanzino? Non compero macchine, non compero capannoni, non compero appartamenti. I soldi mi servono solo per portare avanti il mio lavoro. Lavoro che produce un reddito ma che non \u00e8 immediatamente misurabile. Allora zero prestito, uguale zero lavoro.<br>Poi serve la cerniera. Imprese, banche, scuola, formazione, disoccupati vanno collegati. I servizi verso i disoccupati vanno costruiti. Abbiamo perso trent\u2019anni. Oggi dobbiamo correre. Dovremmo correre, invece siamo fermi. A parlare di voucher.<br>Poi servono infrastrutture. Banda larga. Ma non solo.<br>Il canale di Suez \u00e8 stato raddoppiato. Le navi che devono scaricare merci per l\u2019Europa settentrionale si fermano nei nostri porti o vanno altrove? Vanno altrove. Se scaricano nei nostri porti, poi come trasportiamo quelle merci in Europa? Siamo carenti di ferrovie. Soprattutto al sud. Ma siamo ancora qui a discutere della Torino Lione e del collegamento ferroviario tra Genova e il Piemonte.<br>Saremo pronti tra vent\u2019anni. Forse.<br>Servirebbero investimenti pubblici. Ma se oggi decidiamo un investimento il nostro sistema istituzionale ci permetter\u00e0 di realizzare quel progetto tra dieci o venti anni.<br>Dovremmo riorganizzare lo Stato. Questo \u00e8 inadeguato ai tempi del mondo.<br>La mia banana split si sta pericolosamente trasformando in un manifesto per il lavoro.<br>Forse anch\u2019io sono caduto nella trappola dove tutti parlano di lavoro e non realizzano niente.<br>Ma in fondo siamo nella societ\u00e0 dell\u2019informazione.<br>Nonostante l\u2019et\u00e0 sono in linea con i tempi. Bla bla, poi i disoccupati restano tali e quali e ci daranno l\u2019occasione per un\u2019altro bla bla.<\/p> <p>Ciao a tutti<\/p> <p><em>-Notes-<br><\/em><em>(*) Roberto Toninello.<\/em><\/p>","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3925","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/5"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3925"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3925\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7726,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3925\/revisions\/7726"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/7720"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3925"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3925"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/theboxisthereforareason.com\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3925"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}