Sceneggiatura “The Shining – Parte II” di Stanley Kubrick (inedita)
Settimana più, settimana meno, non cambia niente; in questo caso dovrebbe cambiar tutto.
Settimana più, settimana meno, non cambia niente; in questo caso dovrebbe cambiar tutto.
Alcune notizie che sembrano connesse e un like per Trump – davvero.
L’Irlanda, da tempo, beneficia di un modello economico imperniato sulla facilitazione fiscale alle imprese che si stabiliscono entro i suoi confini. Le imprese, logicamente, arrivano puntuali. Passa qualche decennio, qualcuno si rompe le balle (perché non ce la fa a competere con gli irlandesi) e decide di schiaffare una grossa multa retroattiva ad una società (ovviamente americana) che ha semplicemente seguito le regole.
Potessimo essere veramente così sicuri di certe cose sarebbe una pacchia.
Uno dei termini più comuni e inquietanti che sentii per la prima volta al mio ritorno in Italia nel 2000 (dopo quasi trent’anni negli Stati Uniti) fu “blindare”. Una parola impregnata di quella certezza, solidità, irreversibilità che piace tanto ai nostri politici, ma non solo.
Bisogna essere franchi, altrimenti non progrediremo mai.
Due lettori mi hanno mandato un bell’articolo dal Corriere che trovate nella sotto-rubrica del blog My Current Reads (o nella colonna a destra sulla home page).
Nell’articolo, Riccardo Viale riprende temi oggi considerati de rigueur nel campo della finanza e delle scienze economiche, ma verso la fine si lascia andare a delle affermazioni che a mio avviso presentano dei problemi.
Il non farlo è molto più costoso dell’alternativa, e non solo per noi stessi.
Lo so; è una vecchia storia e ne ho anche già parlato più volte. Ma nel mio campo è un soggetto molto importante, delicato e in un certo senso affascinante.
Un’idea pratica per organizzare le proprie finanze.
Nel 1979, alla fine del mio MBA, un professore ci disse “La prima cosa da fare appena uscite da qui è mettere da parte almeno 3 anni di spese per vivere: così nessuno potrà mai forzarvi a restare in un posto di lavoro che non vi piace.” Parole sacrosante che io, confesso, ho messo in pratica solo trent’anni dopo.
Questioni a monte del semplice “come fare.”
Il cliché che, parafrasando, dice “il non far nulla è pur sempre far qualcosa” non riceve l’attenzione che meriterebbe. Insidioso come l’apparente semplicità del quadro in copertina (“Arte? Ma questo l’avrebbe potuto fare mio figlio di tre anni!” sentii dire di un’opera simile in una galleria d’arte anni fa), il detto ci suggerisce di non confondere l’inazione per default con la conscia e ragionata decisione di lasciare le cose come stanno: la prima vale al massimo quanto un testa-e-croce mentre la seconda potrebbe significare la differenza tra successo e mediocrità.
Versione italiana del mio post di lunedì, in collaborazione con la redazione de ilpost.it.
Durante un talk show trasmesso regolarmente da un’emittente radiofonica svizzera del Canton Ticino, il conduttore invita gli ascoltatori che telefonano al programma a raccontare in quale epoca storica avrebbero voluto vivere.
Se i media facessero capir meglio certe cose e smettessero di far sognare ci farebbe bene alla salute.
Sono stufo di vedere o ascoltare i media rigurgitare statistiche senza aiutare a capire o ad imparare nulla. Quante volte si parla d’investimenti “giusti” in certi periodi, di quello che bisogna fare per “proteggere” i propri soldi oggi, di come certe società hanno reso bene e in quanto tempo. Tutta roba pensata con una metodologia: cercare il risultato ex post che correli con le circostanze ex ante senza lo sforzo analitico di capire se e perché i due abbiano una relazione fondamentale.
Rita Pavone e il senso degli affari.
Mi ricordo quand’ero piccolo che questa canzone di Rita Pavone m’inspirava dubbi. “Perché,” chiedevo a chiunque fosse a tiro d’orecchio “si lamenta tanto di essere lasciata sola la domenica? Non può andare anche lei alla partita?” “Perché se ci andasse” qualcuno un giorno rispose “non potrebbe cantare la canzone.” Fu’ la mia prima lezione di economia.